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La voce unica dei leopardi: una ricerca scopre come riconoscere gli esemplari dal loro ruggito

Nel parco nazionale di Nyerere, in Tanzania, un team di ricercatori ha disseminato un’area di 450 chilometri quadrati di trappole speciali per raccogliere dati acustici sui leopardi. La ricerca ha permesso di scoprire che i ruggiti emessi hanno una particolarità finora sconosciuta: sono diversi per ogni esemplare

di Lorenzo Sangermano
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Nota per il suo carattere sfuggente e solitario, la specie dei leopardi è contraddistinta da una particolarità rimasta finora nascosta: ogni esemplare ha un proprio ruggito unico e riconoscibile. La scoperta è avvenuta grazie a uno studio condotto nel Parco Nazionale di Nyerere, in Tanzania, dove un gruppo di ricercatori è riuscito a identificare i singoli leopardi analizzandone i ruggiti con un’accuratezza del 93 per cento.

Il leopardo (Panthera pardus), classificato come specie “vulnerabile” nella lista rossa dell’IUCN, è minacciato dalla perdita di habitat e dagli scontri con l’uomo dovuti alla sua attività predatoria, in particolare con gli allevatori di bestiame. Raccogliere dati su larga scala su questa specie ha sempre rappresentato una sfida, complicata anche dalla necessità di metodi costosi e spesso invasivi come il radio-collare.

Per risolvere questo problema, un gruppo di ricercatori guidato da Jonathan Growcott dell’Università di Exeter ha combinato la bio-acustica con le fototrappole, e ha studiato i leopardi su un’area di circa 450 chilometri quadrati. Il team ha installato 50 coppie di fototrappole e microfoni lungo sentieri e strade, riuscendo a raccogliere allo stesso tempo dati visivi e acustici. Tale approccio ha permesso di “associare” i ruggiti registrati ai leopardi immortalati dagli scatti.

Il ruggito del leopardo, noto come “sawing roar” (ruggito seghettato), è una vocalizzazione emessa a bassa frequenza udibile fino a un chilometro di distanza. Il suono è utilizzato principalmente per marcare il territorio e attrarre un partner, ma fino ad ora la sua natura era rimasta poco studiata. 

Attraverso modelli matematici, il team di ricercatori è stato in grado di distinguere i ruggiti di diversi individui con un’accuratezza del 93% e di dimostrare che i suoni che emettono possono essere utilizzati come una sorta di “impronta digitale” sonora per identificarli. Ogni ruggito è diverso dall’altro e ha caratteristiche soltanto proprie.

La scoperta della “firma vocale” dei leopardi apre anche nuove possibilità per la loro salvaguardia. 

Gli strumenti di monitoraggio acustico passivo, come i microfoni autonomi, possono essere utilizzati su larga scala, coprendo aree più ampie rispetto alle sole fototrappole. Grazie a questo approccio non invasivo è possibile raccogliere dati sul comportamento, la distribuzione e la densità della popolazione dei leopardi senza disturbare gli animali.

Oltre a indagare la specie, lo studio ha dato prova di una nuova modalità di ricerca. L’uso della bio-acustica, applicata soprattutto per studiare i canti degli uccelli, dei pipistrelli e dei cetacei, è raramente applicato alle specie terrestri. «La combinazione di metodi come le fototrappole e la bio-acustica non solo migliora la nostra capacità di studiare specie difficili da monitorare, ma potrebbe anche rivoluzionare il modo in cui comprendiamo gli ecosistemi e i paesaggi», ha concluso Jonathan Growcott.

Foto: IPA

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