Dall’uro di Lascaux al leone di San Girolamo. Animali e arte dal Paleolitico al Rinascimento

Alessio Pagani | domenica 22 maggio, 2022

Da racconto del quotidiano preistorico, allo studio scientifico dell’epoca greco-romana. Passando dal mito e arrivando sino all’allegoria di matrice cristiana.

Uomo e animali, un connubio indissolubile. Da sempre. Tanto che questo si riflette anche nelle opere che hanno caratterizzato la storia dell’arte. Dall’epoca preistorica fino all’età moderna, nonostante l’evolversi del pensiero, della ricerca, dell’interesse e della moda, l’importanza rivestita dagli animali nelle opere degli artisti non è a mai venuta meno. La loro raffigurazione è rimasta. È cambiato il loro significato, passato da semplice rappresentazione della natura, a simbolo, fino ad allegoria, per poi trasformarsi in mezzo di sperimentazione. I primi soggetti mai ritratti dall’uomo, del resto, sono gli animali. Che dal Paleolitico a oggi hanno sempre continuato a interessare e affascinare gli artisti. «Ammirati per le loro qualità, temuti per i loro comportamenti aggressivi, sfruttati come forza-lavoro, amati per la loro fedeltà e amicizia, sono stati condizionati dall’attribuzione di significati», sottolinea a Zoon Magazine lo storico dell’arte Marco Scotti, «per arrivare all’incarnazione di divinità e tornare poi ad essere compagni della vita dell’uomo». Nell’era preistorica disegnare gli animali era considerato un augurio per la cacciagione. Le raffigurazioni scoperte in grotte e caverne mostrano scene di caccia e riproduzioni di animali selvatici a testimonianza della natura predatoria dell’uomo primitivo, fortemente a contatto con la natura. L’esempio più fulgido è incarnato dalle pitture rupestri delle Grotte di Lascaux, nella Francia sud occidentale.

Scoperte nel settembre del 1940, contengo opere che vengono fatte risalire al Paleolitico, a una data approssimativa di 17500 anni fa, e sono una sorta di enciclopedia dalla fauna del tempo. O meglio, dei mammiferi che rappresentavano le prede dei cacciatori preistorici. Tra i soggetti più ritratti è stato riconosciuto l’uro, un bovino di grandi dimensioni oggi scomparso, accanto a numerosi bisonti. Molto rappresentato è il cavallo, visto realisticamente in corsa e in mandrie numerose. Presenti anche i cervi, dei quali sono evidenziate le corna ramificate, rinoceronti e felini. «Queste pitture rupestri rappresentano un unicum del loro genere. Perché mentre ancora oggi si dibatte sul loro significato», spiega Scotti, «è evidente a tutti, profani e critici, la loro forza dirompente». Per i romani e i greci, poi, la riproduzione in affreschi e sculture di animali assume, invece, sempre più uno scopo scientifico, necessario alla ricerca della perfezione a cui aspiravano. Il ricorso a flora e fauna diventa, inoltre, strumento per l’abbellimento. «Nei mosaici della Villa romana del Casale, di Piazza Amerina», prosegue Scotti, «notiamo immediatamente che gli animali entrano in un vero e proprio racconto. Dove assumono una connotazione scevra da ogni aspetto che sia estraneo alla narrazione degli avvenimenti che li vedono protagonisti. Senza dimenticare il loro utilizzo a scopi decorativi».

L’animale si fa mito, invece, nel gruppo scultoreo di “Laocoonte e i suoi figli”, noto anche semplicemente come Gruppo del Laocoonte. Si tratta di una scultura ellenistica in marmo, probabilmente una copia romana della versione originale in bronzo,  eseguita tra il primo secolo a. C e il primo d. C e conservata oggi nei Musei Vaticani. Raffigura il famoso episodio narrato nell’Eneide che mostra il sacerdote troiano Laoconte e i suoi figli assaliti da serpenti marini. «Qui l’animale diventa simbolo ed è una delle prime volte in cui accade. E chiunque abbia poi avuto a che fare con il mito si è dovuto giocoforza confrontare con quest’opera».

L’impronta simbolica attribuita agli animali da questo momento in avanti crescerà ulteriormente nel nell’arte cristiana, e anzi lo spirito, l’emblema e l’allegoria di ogni animale vengono amplificati per esorcizzare il male ed enfatizzare il bene. Uno dei manifesti, datato prima metà del 500, è senz’altro rappresentato dal “Buon Pastore” di Sant’Apollinare in Classe a Ravenna. Lì è rappresentato uno dei temi più ricorrenti dell’arte musiva bizantina. Su di un prato verde puntellato da cespugli, piccoli alberi, fiori, rocce, al centro si erge la figura di Sant’Apollinare, il primo Vescovo di Ravenna, attorniato da dodici pecore, dodici come gli apostoli e disposte sei per parte, a rappresentare i fedeli. «Riferimento chiaro, inequivocabile, se vogliamo semplice», aggiunge Scotti, «ma perfettamente calato nel linguaggio dell’epoca». Da Ravenna, a Modena, dalle pecore ai leoni di guardia al Duomo. Con i grandi felini diventati tra le icone più riconoscibili di questo edificio sacro che risale al XII secolo. «Li troviamo infatti davanti a tutte le porte della cattedrale. Grandi animali in pietra che trasmettono al fedele la capacità di difenderlo da ogni malignità che si possa presentare alle porte del duomo», evidenzia Scotti. Il doppio significato di cui sono investiti gli animali non smette di farla da padrone fino al Rinascimento.

La loro impronta allegorica, così, si fa manifesto nel “San Girolamo nello studio” (1474-75) di Antonello da Messina. Con il leone, classico attributo del santo, posizionato in piccolo a destra. Sullo studiolo a sinistra, invece, è accoccolato tranquillamente un gatto. In primo piano, due volatili: una pernice e un pavone. «Qua le bestie sono protagoniste di un discorso. Qualcosa di molto complesso che rimanda anche a significati sociopolitici e a svariati livelli di lettura». La pernice, ad esempio, allude alla fedeltà a Cristo, mentre il pavone è simbolo della sapienza divina. Ogni raffigurazione, infatti, diventa il tramite di un messaggio indirizzato al pubblico da parte di committenti e artisti.

Ma la svolta è dietro l’angolo e ve la racconteremo nella prossima puntata del nostro viaggio alla scoperta degli animali nell’arte.

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