Bue, asinello, pecore e cammelli (o forse dromedari e elefanti). Quali sono gli animali del presepe?  

Alessio Pagani | domenica 11 dicembre, 2022

Dal 1223 fanno parte della rappresentazione della Natività voluta da San Francesco. Fra tradizione, Sacre scritture e simbolismo.

Il bue e l’asino non mancano mai, accanto al Bambin Gesù nella mangiatoia, a riscaldarlo con il loro fiato. Così come le pecore accompagnano i pastori alla grotta della Natività. È un dibattito che dura da 800 anni quello degli animali del presepe: realtà storica, presenza accertata dalle Sacre scritture o semplice folclore?

Tutto ha inizio nel 1223, con San Francesco. È stato proprio lui, infatti, a inventare il presepe, ormai otto secoli fa. Dopo essere stato in pellegrinaggio a Betlemme, gli venne l’idea. Dato che raggiungere la Terra Santa implicava un viaggio lungo e allora pericoloso, non certo alla portata di tutti, pensò come far rivivere per la gente comune la nascita di Gesù. E mise in scena quello che ai giorni nostri verrebbe chiamato presepe vivente. Con tanto di mangiatoia, bue, asinello e altri animali.  

Da allora bue e asinello sono sempre presenti nelle rappresentazioni della Natività, anche se di loro non vi è traccia nei Vangeli. Se scorriamo le righe del racconto evangelico di Luca, il solo che narra di una mangiatoia diventata culla, di questo contorno di animali non c’è menzione. Diversi studiosi, però, sostengono che non siano un’invenzione puramente narrativa, ma costituiscano un elemento concreto. Il bue e l’asinello si trovano nell’Antico Testamento, e sono presenti già sette secoli prima della venuta di Gesù.

È Isaia che prende ad esempio questi due animali per profetizzare che, mentre il «bue e l’asino» sanno riconoscere perfettamente chi è il loro «padrone», all’arrivo del Messia il popolo israelita non riconoscerà che è lui la sua guida. Profezia che si è avverò puntualmente, poiché gli ebrei non hanno riconosciuto Gesù come loro Messia. E il riferimento a questi due animali non è solo del profeta Isaia. San Francesco, per il suo primo presepe, volle la presenza di bue e asinello, dato che certamente su un asino aveva viaggiato Maria, ormai quasi a termine della gravidanza, insieme con Giuseppe, da Nazareth a Betlemme, e voleva anche che la mangiatoia implicasse la presenza di almeno un bovino.

Il resto è figlio della tradizione. Che ha incastonato proprio questi due animali accanto al neonato posato sulla paglia. Rendendoli il simbolo dell’atteggiamento protettivo e amorevole da adottare di fronte al mistero che si manifesta nella grotta di Betlemme.  

Per le pecore, invece, che sono immancabili in ogni presepe che si rispetti, è sempre il vangelo di Luca a farci da bussola. Anche in maniera piuttosto esplicita: «C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge…». In molti casi, anche un cane si unisce alla folla di animali dentro o vicino alla capanna. È il cane da pastore del gregge di pecore e simboleggia la vigilanza e la protezione. In alcune Natività, poi, sono spesso presenti molte altre figure di animali da cortile, come galli e galline, oche e maiali. Tipici di un ambiente contadino, lo stesso della Betlemme di duemila anni orsono.  

E gli animali da sella dei Magi? Qui il dibattito è ancora apertissimo. Cammelli o dromedari? Il primo ha due gobbe, è più piccolo e viene dall’Asia. L’altro ha una gobba sola ed è originario del Nord Africa e dell’Arabia. E forse erano entrambi a Betlemme: i tre Re Magi rappresentano, infatti, i ceppi dei vari popoli venuti al cospetto di Gesù Bambino, ovvero europei, asiatici, africani. Per questo in alcuni presepi, quelli più attenti al contesto storico, si possono trovare anche un elefante, un cammello e un cavallo. I tre animali da sella diventano così la rappresentazione dei continenti conosciuti all’epoca: l’elefante, che di solito è posto accanto al re Gaspare dalla pelle scura, simboleggia il continente africano; il re Baldassarre, su un cammello come portabandiera dell’Asia, e il re Melchiorre su un cavallo, come alfiere europeo. 

Spesso capita di scorgere anche un pavone nei pressi della grotta. Questa è una sorta di allegoria. I cattolici hanno adottato il simbolo di questo uccello per rappresentare la resurrezione, il rinnovamento e l’immortalità. Scelta che deriva dall’antica leggenda che indica come la carne del pavone non si decomponga. Anche i bestiari medievali ci dicono che il pavone perde le sue vecchie piume ogni anno, che ricrescono poi nuove e più brillanti, segno di rinascita; le piume di pavone venivano anche usate per decorare le chiese a Pasqua e Natale. Quando il pavone apre la sua coda, inoltre, sembra che centinaia di occhi ci guardino. Per questo motivo è stato associato all’occhio onniveggente di Dio che osserva tutte le azioni e tutte le persone, e alla stessa Chesa cattolica che veglia sui suoi figli continuamente. 

Infine, certe credenze popolari vogliono che accanto al Bambino appena nato ci fossero anche api, che con il loro ronzio fecero una lode a Gesù, e uno sciame di lucciole, che indicarono ai pastori la grotta, per poi trasformarsi in stelline.

(Foto d’apertura: IPA)

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