Asini, cani e… lupi dentro: gli animali nei “Promessi Sposi”
Nei Promessi sposi di Alessandro Manzoni ci sono santi, bravi, monache, contadini, untori, soldati, frati e avvocati, ma – nonostante le apparenze – non mancano gli animali. E non parliamo solo di quelli reali, bensì anche di quelli “evocati” in forma simbolica, proverbiale o metaforica. In questo articolo vogliamo dare voce a quei personaggi secondari a quattro zampe (o più) che popolano, a margine, il grande romanzo della letteratura italiana.
di Marco Pastore
Gli animali veri: una presenza discreta ma significativa
Nel romanzo, ambientato nel Seicento lombardo, gli animali domestici fanno capolino nella vita quotidiana della gente comune. L’asino, ad esempio, è il principale mezzo di trasporto di molti personaggi, tra cui Lucia e Agnese, che lo utilizzano per spostarsi lungo strade sterrate e montane. In un tempo in cui le carrozze erano privilegio dei ricchi, l’asino era simbolo di pazienza, fatica e semplicità. In particolare, nella fuga verso il convento di Monza, Agnese e la figlia viaggiano proprio «a dorso d’asino», ed è grazie a lui che possono sottrarsi ai tentacoli del potere di don Rodrigo.
Un altro animale “presente” è il cane, soprattutto in contesti rurali. Se ne parla brevemente in una scena iniziale, ma è soprattutto la sensibilità linguistica di Manzoni a caricarlo di significato morale. Il cane è animale fedele, ma diventa anche metafora dell’umiliazione e della sottomissione. Si pensi alla famosa espressione «a bacchetta come un cane», usata per indicare l’obbedienza cieca, tipica dei servi più timorosi.
Gli animali come metafora: bestiario morale
Manzoni usa spesso gli animali per caratterizzare i personaggi o descrivere la società. Don Abbondio, ad esempio, è accostato più volte al comportamento di una lepre: pauroso, sempre in fuga, pronto a nascondersi al minimo pericolo. Non è un caso che il curato sia colto dai bravi proprio mentre cammina da solo in campagna, col suo breviario, cercando – letteralmente – di non disturbare nessuno. Come una preda.
Ma c’è anche l’opposto: il lupo. Lucido e spietato, il lupo è l’immagine ricorrente della prepotenza, della violenza, della sopraffazione. Don Rodrigo, il vero antagonista della vicenda, incarna perfettamente questo animale. La sua figura è circondata da minacce, artigli, ululati lontani. È il predatore che bracca la preda – Lucia – per puro gusto di potere.
E che dire di Fra Cristoforo, che prima di redimersi è un «leone», un uomo feroce, capace di uccidere per orgoglio? La sua trasformazione in frate segna anche un passaggio simbolico dal mondo animale della forza bruta a quello spirituale della pace e della compassione. Non è un caso che nel convento ci siano gatti, galline, capre, ovvero animali semplici, docili, legati alla vita monastica e al lavoro umile.
Le metafore bestiali della peste
Nei capitoli dedicati alla peste di Milano (XXXI-XXXV), Manzoni ricorre a immagini animali per raccontare l’abbrutimento collettivo. La città si popola di esseri che sembrano più bestie che uomini: i monatti, i ladri, gli untori, sono descritti con toni che ricordano le fiere selvagge. «Una gabbia di belve» pare essere Milano, dove ogni senso di umanità sembra sparire, sopraffatto dalla paura e dall’istinto di sopravvivenza.
Animali e natura: un mondo osservato da lontano
Anche se Manzoni non indulge in descrizioni pastorali, la natura – e con essa gli animali – fa parte dello sfondo costante del romanzo. Ci sono le mucche, gli uccelli, i muli, i cani da pastore. Il mondo rurale è popolato da creature silenziose, spesso ignorate dai grandi protagonisti, ma fondamentali per ricreare la verosimiglianza storica. In fondo, in un’Italia ancora preindustriale, l’uomo viveva a stretto contatto con gli animali, che fossero da lavoro, da cortile o da compagnia.
Uno sguardo diverso sui Promessi Sposi
Leggere I promessi sposi da un punto di vista “zoologico” permette di scoprire quanto fosse radicato, per Manzoni, l’uso del mondo animale come chiave di lettura del comportamento umano. Gli animali non sono solo comparse: sono specchi, simboli, strumenti di narrazione. Dietro ogni cane che abbaia, ogni asino che cammina stanco, ogni volpe che si nasconde o ogni lupo che bracca, c’è un pezzo dell’Italia del Seicento. E forse anche dell’Italia di oggi.
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