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“Chiamarli per nome”: l’eredità viva di Jane Goodall

Il mondo degli amanti degli animali saluta Jane Goodall, scomparsa a 91 anni a Los Angeles durante un tour di conferenze. L’etologa ha cambiato per sempre il nostro sguardo sugli altri primati lascia una scienza più attenta, più paziente e più capace di riconoscere emozioni e intelligenze oltre la specie umana.

di Chiara Soriano
Jane Goodall

Dalla tenda sul Tanganica a un’idea nuova di “animale”

Nel 1960 una giovane senza titoli accademici formali arriva sulle rive del lago Tanganica, nell’Africa centro-orientale. A fidarsi di lei è Louis Leakey, paleontologo e archeologo britannico, che le affida l’impresa di osservare gli scimpanzé a Gombe, in Tanzania. Il campo costruito è essenziale: una tenda militare, un cuoco, pochi strumenti. L’attrezzatura più importante è il tempo. Ogni giorno Goodall percorre la foresta, si ferma, attende. Gli scimpanzé all’inizio fuggono; poi, lentamente, tollerano la sua presenza. Il 4 novembre vede lo scimpanzé David Greybeard introdurre uno stelo d’erba in un nido di termiti e, poco dopo, scegliere e “lavorare” ramoscelli adatti a pescare insetti. L’uso e la fabbricazione di utensili, fino ad allora ritenuti tratti esclusivi dell’uomo, diventano realtà documentata sul campo. In seguito, Goodall registrerà anche la caccia coordinata e il consumo di carne: dati che obbligano a ripensare confini, capacità cognitive e comportamenti sociali dei primati.

Un gesto radicale: chiamare gli individui per nome

In anni in cui si numeravano gli animali, Goodall sceglie di riconoscere gli individui. David Greybeard non è “Maschio 6”, ma un soggetto con una storia e capacità mai osservate prima. Dare un nome non è espressione di sentimentalismo: consente di seguire genealogie, cure materne, alleanze, lutti. La specie cede il passo all’individuo animale e l’etologia guadagna profondità narrativa e precisione analitica. Persino le critiche iniziali sull’“antropomorfismo” si trasformano, col tempo, in nuovo metodo di osservazione a lungo termine.

Dalla foresta al mondo: quando la scienza diventa impegno

A metà degli anni Ottanta Goodall comprende che la ricerca, da sola, non basta. La deforestazione avanza, il commercio di fauna selvatica cresce, le comunità locali hanno bisogno di alternative sostenibili. Nascono il Jane Goodall Institute e Roots & Shoots, un programma educativo che coinvolge milioni di giovani in progetti per aiutare persone, animali e ambiente. La scienziata diventa ambasciatrice della biodiversità, viaggia senza sosta, porta nei teatri e nelle scuole la voce degli scimpanzé e il legame profondo tra tutela animale e salute degli ecosistemi.

L’empatia come strumento di ricerca

Goodall non confonde tenerezza e scienza; usa l’una per far progredire l’altra. La pazienza dell’attesa, il rispetto delle distanze, l’attenzione a ogni gesto hanno dimostrato che capire un’altra specie richiede tempo, umiltà e relazione. È un messaggio che vale anche lontano dalla foresta: nel modo in cui osserviamo il nostro cane, leggiamo le reazioni del nostro gatto, proteggiamo gli animali liberi che condividono le nostre città.

Un addio che resta promessa

L’opera di Goodall continua nelle iniziative del suo Istituto e di tutti coloro che seguono il suo metodo di studio, ma anche in ogni scelta che allarga il cerchio della considerazione morale del mondo animale. Chiamarli per nome non è retorica: è il primo passo per prendersene cura con responsabilità. La sua tenda sul Tanganica ci ha insegnato che la conoscenza nasce dall’attenzione, e che dall’attenzione può nascere il cambiamento.

Foto: Jane Goodall nel 2019 – Eugene Powers / Shutterstock

Scimpanzé – Goskova Tatiana / Shutterstock

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