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Svolta in Nuova Zelanda: vietate (finalmente) le corse dei levrieri

La Nuova Zelanda si prepara a dire addio a una pratica tanto crudele da causare centinaia di infortuni e decessi ogni anno. I levrieri vengono sfruttati e maltrattati, poi uccisi una volta ritenuti non più idonei alle corse. Purtroppo si tratta di un business che offre impiego a migliaia di persone, quindi è necessario un periodo di transizione che permetterà di ricollocare i lavoratori in altri ambiti e di aiutare i circa 3000 cani a trovare una famiglia

di Pietro Santini
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Agosto 2026. È questa la data che sancirà ufficialmente la fine delle corse dei levrieri in Nuova Zelanda. A dichiararlo è stato il ministro delle corse Winston Peters che ha definito l’introduzione della legge un passo necessario per garantire il benessere delle migliaia di cani coinvolti in questa pratica.

La Nuova Zelanda è uno dei pochi Paesi al mondo in cui le “Greyhound Races” sono ancora considerate uno sport (se così possiamo chiamarlo) legale e popolare, sebbene abbia perso gran parte del seguito guadagnato nel secolo scorso. E mentre nella terra dei Kiwi diventerà presto illegale organizzare e partecipare a eventi di questo tipo, ci sono altre nazioni come Regno Unito, Irlanda e Australia dove le gare tra cani sono ancora consentite, fomentate dai circuiti di scommesse sportive e dall’ignoranza umana.

Tra i motivi che hanno spinto Peters a dichiarare fuorilegge le corse dei levrieri c’è l’altissimo tasso di infortuni e di morte tra i corridori, costretti a vivere in spazi angusti, legati alla catena, liberati esclusivamente per gli allenamenti e per le competizioni.

Spesso le pressioni sono così alte che i cani vengono costretti a correre anche se doloranti e infortuni come stiramenti muscolari, strappi o lesioni sono all’ordine del giorno in questa barbara attività. Per un “atleta” non performante o infortunato in maniera tale da non poter gareggiare, la soluzione è sempre una sola ed è spietata: l’eutanasia. Effettuata senza alcuna valutazione medica e senza un effettivo motivo di salute che possa giustificarla, trasformandosi di conseguenza in un atto criminale.

Per comprendere la reale entità di questo triste fenomeno bastano i dati dei decessi e degli infortuni legati ai circuiti di corse di cani nel solo 2021: 900 infortuni riscontrati e più di 200 decessi certificati.

Ma com’è possibile che tali crudeltà siano state considerate lecite fino ad oggi? Le corse dei levrieri sono un enorme business e per la Nuova Zelanda in particolare il giro d’affari è davvero importante. L’industria dei “Greyhound” vale oltre 700 milioni di euro, pari a circa l’8,5% dell’economia locale delle corse, offrendo impiego a più di mille persone.

È evidente che chiudere immediatamente e senza preavviso un’attività così redditizia avrebbe dei risvolti pesanti sull’economia nazionale e creerebbe ancora più tensione con le società che organizzano gli eventi, che già hanno espresso il loro dissenso, specie dopo aver tentato di ridurre il tasso di infortuni e mostrato interesse riguardo il benessere degli animali (almeno a parole).

Questi venti mesi verranno dunque sfruttati per ricollocare in altri ambiti la forza lavoro che gravita ancora attorno alle corse e soprattutto per favorire le adozioni dei circa 3000 cani impiegati nelle “Racing”, grazie all’aiuto di associazioni come Society for the Prevention of Cruelty to Animals (SPCA) e Safe, che si battono da anni per garantire una dignità a queste povere creature e aiutano i levrieri scartati dall’attività “sportiva” a trovare una nuova casa in giro per il mondo.

Il 2026 è ancora lontano, così come il traguardo rappresentano dal divieto mondiale di organizzare o partecipare ad attività che sfruttano e maltrattano animali per il solo scopo divertire o arricchire l’uomo, ma è sicuramente un buon punto di partenza. La speranza è che gli altri Paesi che ancora tacciono e continuano a fare business sulla pelle di chi non può difendersi seguano l’esempio della Nuova Zelanda.

Foto: IPA

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