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Come fanno i cani a ritrovare la strada di casa

Tra le abilità caratteristsiche dei quattrozampe, il saper ritrovare la via di casa è sempre stata una delle più inspiegabili e stupefacenti. La capacità è stata al centro di una ricerca scientifica che, monitorando 27 esemplari, ha scoperto come i cani siano in grado di orientarsi non soltanto attraverso l’olfatto ma anche sfruttando il campo magnetico terrestre

di Lorenzo Sangermano
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Tra le numerose abilità dei cani, il saper ritrovare la via di casa riesce sempre a stupire i loro padroni. Per provare a spiegare come ne siano in grado, una ricerca ha rivelato che questi animali non si affidano solo all’olfatto, ma possiedono anche una capacità nascosta di percepire e utilizzare il campo elettromagnetico terrestre per orientarsi.

Tra il 2014 e il 2017 un team di scienziati provenienti dall’università ceca di Scienze della Vita e dal Virginia Tech ha monitorato 27 cani da caccia di 10 razze diverse, dotandoli di collari GPS e piccole telecamere. Durante gli esperimenti, i cani venivano lasciati liberi di vagare e poi richiamati dai loro proprietari, nascosti alla vista, con l’obiettivo di osservare come riuscissero a ritrovare la strada di casa.

Dall’analisi dei dati raccolti è emerso che i cani utilizzano due strategie principali per ritornare dai loro proprietari: il “tracking” e lo “scouting”. Il tracking consiste nel seguire la propria traccia olfattiva per il ritorno, mentre lo scouting implica trovare una nuova strada senza fare affidamento su tracce precedentemente lasciate o percorsi già fatti.

Durante le corse di scouting i cani iniziano il percorso con un tratto di circa 20 metri lungo l’asse nord-sud del campo magnetico terrestre, indipendentemente dalla direzione effettiva verso casa. Questo comportamento, chiamato “corsa della bussola”, sembra servire a calibrare i sensori magnetici dei cani, permettendo loro di orientarsi con maggiore precisione.

L’abilità di sfruttare i campi magnetici, chiamata anche magnetorecezione, è stata confermata durante lo studio anche dall’assenza di fattori che potessero influenzare questo comportamento. La fitta vegetazione impediva l’utilizzo di punti di riferimento visivi, le condizioni meteorologiche variabili rendevano inaffidabili i segnali olfattivi e la posizione del sole spesso non era visibile a causa delle nuvole. Inoltre, l’analisi ha mostrato che non c’era differenza significativa tra le performance di cani di diverse altezze o tra sessioni di ritorno a casa su territori familiari oppure sconosciuti.

La capacità di sfruttare i campi magnetici per orientarsi è già stata documentata in numerosi altri animali, tra i quali uccelli migratori, tartarughe marine e talpe. La sua scoperta nei cani apre però nuove prospettive sulla nostra comprensione della navigazione animale.
Secondo Kathleen Cullen, neuroscienziata della John Hopkins University, “questi risultati motiveranno ulteriori esplorazioni su come esattamente il cervello codifica i segnali magnetici e utilizza queste informazioni per navigare con precisione”.

La scoperta potrebbe anche avere applicazioni pratiche. Potrebbe per esempio portare allo sviluppo di nuove tecniche di addestramento per cani da soccorso, permettendo loro di trovare persone disperse in aree remote con maggiore efficienza.
La ricerca suggerisce anche che la magnetorecezione potrebbe essere più comune di quanto si pensasse in precedenza. La sua presenza nei cani offre infatti nuove possibilità di studio tra i mammiferi, compreso l’uomo.

Foto: IPA

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