Nicola Bressi, lo zoologo che su Twitter aiuta a identificare animali “strani”
Lavora per il museo di Storia Naturale di Trieste, ma è anche divulgatore scientifico. Nicola Bressi è seguitissimo sui social, specialmente su Twitter, e aiuta le persone a identificare animali trovati in casa o incontrati in campagna.
di Redazione
Nicola Bressi è uno zoologo del museo di Storia Naturale di Trieste. Amante degli animali sin da bambino, oggi si occupa di fare divulgazione scientifica anche sui social. Su Twitter, infatti, aiuta moltissime persone a riconoscere gli animali. Noi di Zoon Magazine lo abbiamo intervistato per conoscere meglio la sua professione e anche alcuni esemplari “misteriosi”.
Quando e come è nata la sua passione per gli animali?
«Secondo quanto dicono i miei genitori, ho sempre avuto la passione per gli animali. Pare che da piccolo, fin da quando ero nella culla, non c’era giocattolo o peluche che mi distraesse o che attirasse la mia attenzione più di qualsiasi animale che mi passasse vicino. Persino le mosche che sbattevano contro le finestre di casa mi incuriosivano. Come disse Jessica Rabbit: “Mi hanno disegnato così!”. Poi, crescendo, sono diventato il classico bambino che si faceva portare ovunque ci fossero animali, capendone poco ovviamente. Volevo andare sempre allo zoo, nelle fattorie e al circo… Oggi, da adulto consapevole, non apprezzo più i circhi con animali. Poi ero un bambino che si portava a casa qualsiasi animale trovatello incontrassi per strada. Quello che, però, mi distingueva rispetto agli altri era il non fare differenze tra gli animali: per me il ragnetto infreddolito era come un uccellino infreddolito, non mi cambiava nulla. Ancora oggi è così».
Nella sua professione di cosa si occupa principalmente?
«Io sono zoologo al museo di Storia Naturale. Voglio sottolineare che gli animali imbalsamati che sono esposti non li uccidiamo noi, ma sono animali di collezioni molto antiche o che troviamo già morti. Oggigiorno nessun museo si permetterebbe di uccidere animali, mi preme che questo sia chiaro. Quando non c’è da allestire una sala o una mostra, anche se sono casi rari, mi occupo anche di divulgazione scientifica. Sono il mediatore culturale di un museo scientifico, quindi spiego alle persone la scienza, in particolare gli animali e l’ecologia. Lo faccio attraverso conferenze, visite guidate e anche attraverso le didascalie che si leggono nelle varie sale del museo».
Lei è anche molto seguito su Twitter, ha quasi 9 mila follower. Si occupa quindi anche di divulgazione scientifica sui social?
«In realtà non sono mai stato un amante dei social. Poi, leggendo un articolo, ho scoperto che molti italiani si informano così, ma non pensavo di poter usare Twitter in questo modo, condividendo notizie scientifiche, curiosità sull’ambiente o aiutando le persone a identificare esemplari. Devo dire che ricevo tantissimi messaggi in privato, anche se io incoraggio tutti a scrivermi pubblicamente, perché i dubbi di alcune persone possono essere i dubbi anche di molti altri. Non bisogna avere paura di fare domande pubblicamente, molte volte si pensa che alcune domande possano essere stupide, ma nessuna domanda lo è. La maggior parte delle persone che mi contattano sono persone comuni. Alcune volte mi scrive gente che vive in campagna e ha bisogno di alcuni accorgimenti particolari, altre volte semplici cittadini che hanno perso una certa confidenza con la natura. Molti mi chiedono “ma questo strano animale cos’è?”, poi in realtà non si tratta di animali strani, semplicemente poco conosciuti».
Quali sono stati alcuni animali “strani” che le hanno chiesto di identificare?
«Mi sono capitate più volte domande di persone che mi hanno chiesto “Cos’è questo strano insetto che è entrato in casa mia?” e si trattava di normalissime api da miele. Ormai abbiamo un fortissimo distacco dalla natura, non ci facciamo più caso, questo rende poi molto difficile anche la comprensione dei problemi naturali. Mi hanno chiesto anche, ad esempio: “Ma abbiamo iguane verdi in Italia?”, oppure: “Cos’è questo grosso lucertolone verde con la gola blu?”. Pensano siano iguane e invece sono ramarri. Le persone non conoscono il ramarro, eppure persino Dante lo ha citato nella Divina Commedia. Quando io ero bambino e passeggiavo per i viottoli di campagna, ogni venti metri incontravo un ramarro. Per chi, come me, ha avuto la fortuna di nascere in periferia, era assolutamente normale vedere un orbettino, un grillo talpa, una lucciola o una cicala. Oggi questi animali devo spiegarli a chi vive in città e, cosa ancora più triste, ai bambini: per loro rimangono animali misteriosi. Tutti sanno com’è fatto un elefante, che non vive in Italia, ma nessuno sa com’è una cicala».
Nel corso della sua carriera ha mai scovato qualche animale davvero particolare?
«Attualmente sto seguendo un fenomeno molto singolare. Si tratta dell’inurbamento, in Italia, di una specie di calabrone. Quest’estate ha fatto molto scalpore perché è arrivato anche a Roma e quindi ne hanno parlato molto. Ma la prima città in cui si è inurbato il calabrone è stata la mia Trieste, assieme a Napoli. Si tratta di un animale davvero molto particolare, perché ha delle specie di pannelli solari sul dorso, riesce quindi ad andare avanti a energia solare. Inoltre, si è adattato a mangiare persino cibo per gatti, per cui lo sto studiando particolarmente. Un altro animale “strano” di cui mi sto occupando è il proteo. Si tratta di un anfibio cieco, misterioso e rarissimo che vive solo nelle acque sotterranee delle grotte del Carso. È un animale dall’eterna giovinezza, cioè che non compie mai la metamorfosi; riesce a riprodursi da giovane, da larva con le branchie; nasce con gli occhi, ma poi li perde come adattamento al buio; è capace di vivere cento anni e di stare un anno senza mangiare. È un animale che, studiandolo, ci insegna tanto sull’evoluzione delle specie, ma che potrebbe anche darci risposte molto importanti dal punto di vista biologico, per i suoi adattamenti in un ambiente estremo come quello della grotta».
Qual è la scoperta che più le sta a cuore?
«Sicuramente la mia prima pubblicazione scientifica. Da studente ho fatto un periodo di guardia volontaria al parco d’Abruzzo, in Molise sulle stupende Mainarde molisane. Lì, sulla cima del Monte Mare, scoprii e fotografai un ramarro. Venne fuori che, all’epoca, quello era il punto più alto in Europa dove vivevano i ramarri. Quindi da studente ho scoperto la popolazione di ramarri più alta d’Europa. La prima pubblicazione scientifica non si scorda mai, come il primo amore».
(Foto d’apertura: Nicola Bressi zoologo)
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