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Cosa possono insegnarci i cani sull’origine del linguaggio umano?

Come facciamo, noi umani, a trasformare suoni in parole e parole in significato? Per rispondere, un gruppo di neuroetologi dell’Università Eötvös Loránd (ELTE) di Budapest ha scelto un modello insospettabile ma perfetto: il cane di famiglia. Studiando cervello e comportamento dei cani mentre ascoltano il parlato umano, i ricercatori stanno mostrando che alcuni “mattoni” del linguaggio non sono esclusivi della nostra specie e potrebbero avere radici evolutive antiche.

di Marco Pastore
Cani e linguaggio umano

Parole e tono: due codici, due emisferi

Il lavoro che ha acceso i riflettori risale al 2016: cani addestrati a restare immobili in risonanza magnetica funzionale ascoltavano parole di lode dette con intonazione gioiosa o neutra. Il risultato? Il loro cervello separa “ciò che diciamo” da “come lo diciamo”: la parte sinistra mostra sensibilità al contenuto lessicale, aree dell’emisfero destro seguono l’intonazione emotiva; il sistema della ricompensa si attiva di più quando parola e tono coincidono. È lo stesso schema funzionale osservato nell’uomo, indizio che certi meccanismi di analisi del parlato non sono nati con la nostra specie.

Come i neonati: trovare le “paroline” dentro il flusso

Capire il linguaggio significa prima di tutto segmentare: individuare dove finisce una parola e ne inizia un’altra. Nel 2021, combinando EEG e fMRI, il team ELTE ha mostrato che i cani estraggono regolarità statistiche dal parlato continuo in modo simile ai lattanti umani. In pratica “intuiscono” i confini delle parole osservando quanto spesso certe sillabe compaiono insieme. È la prima dimostrazione di questo tipo in un mammifero non umano.

Non solo comandi: alcune parole “stanno per” oggetti

Nel 2024 un nuovo passo: con EEG non invasivo i ricercatori hanno registrato nei cani tracce neurali diverse quando, dopo aver sentito “palla”, vedevano la palla in successionea un oggetto diverso. Il cervello, insomma, attiva la rappresentazione mentale dell’oggetto al solo suono del nome – un indizio di comprensione referenziale dei sostantivi, oltre la semplice associazione stimolo-risposta. Lo studio, pubblicato su “Current Biology”, suggerisce che la capacità di collegare parole a referenti potrebbe essere più diffusa nel regno animale di quanto pensassimo.

Perché proprio i cani aiutano a capire l’origine del linguaggio

Tre motivi. Primo, condividono con noi casa e ambiente acustico: sono esposti al parlato fin da cuccioli, senza training artificiale. Secondo, accettano protocolli sofisticati (EEG, fMRI da svegli) che rivelano come il cervello analizza suoni, parole e intonazioni. Terzo, sono lontani da noi sull’albero evolutivo: se cani e umani convergono su certi meccanismi, è plausibile che questi derivino da circuiti neurali antichi poi “riciclati” dall’evoluzione umana per il linguaggio: una lettura sostenuta da revisioni recenti e dal quadro comparativo emerso proprio a ELTE.

Cosa resta da capire (e cosa non aspettarsi)

I risultati non dicono che i cani “parlino” o che comprendano la grammatica come noi. Mostrano però che il cervello canino segmenta, distingue lessico e prosodia e può legare parole a oggetti senza dover agire. Restano domande cruciali: quanto i cani generalizzino le categorie (es. “palla” in molte forme), quale variabilità individuale esista (pochi “gifted word learners” con vocabolari ampi vs. media popolazione), come esperienza e relazione influenzino queste competenze. Il cantiere è aperto e sta già offrendo ipotesi testabili sull’evoluzione del linguaggio.

Dalla ricerca al salotto: due spunti pratici

Se queste scoperte vi incuriosiscono anche come proprietari: usate parole coerenti per gli oggetti (palla, guinzaglio, coperta) e allineate il tono al significato. Il cervello del vostro cane è predisposto a integrare lessico e intonazione; la coerenza aiuta entrambi a capirvi meglio e, chissà, a farvi intravedere, nel quotidiano, un’eco di come il linguaggio sia potuto nascere da capacità condivise con altri mammiferi.

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