Nella Shanghai in lockdown il governo sguinzaglia i cani robot per controllare i cittadini

Redazione | venerdì 15 aprile, 2022

Hanno il compito di muoversi per le strade deserte e diffondere i messaggi delle autorità: «Indossate la mascherina, lavatevi le mani di frequente, controllate la temperatura». Inquietante la somiglianza con i quattro zampe robot della serie tv «Black Mirror».

Ci sono anche i cani robot a mantenere l’ordine nelle strade di Shanghai. Nella megalopoli da oltre 26 milioni di abitanti, infatti, le autorità infatti hanno deciso di schierarli nelle strade per mantenere l’ordine tra la popolazione e ricordare le ferree regole imposte dalle restrizioni del lockdown deciso a fine marzo a causa di una nuova ondata di contagi di Covid. Non si tratta di una delle più celebri puntate della serie tv Netflix «Black Mirror», in cui cani cibernetici tengono a bada gli uomini arrivando a ucciderli, ma è la realtà di questa nuova fase della pandemia in quest’area della Cina.

Sui social cinesi spopolano così i video e le immagini di questi animali tecnologici per le strade di Shanghai. Scene inusuali e un po’ ansiogene. «Indossate la mascherina, lavatevi le mani di frequente, controllate la temperatura»: sono le indicazioni ripetute all’infinito dai robot attraverso gli altoparlanti posizionati sulla loro schiena.

Vie e piazze deserte, svuotate dal traffico e dagli abitanti, sono attraversate così solo da questi automi a quattro zampe. Gli stessi già utilizzati a Singapore nella primavera del 2020. Allora però Spot – questo il nome del cane robot prodotto dall’azienda americana Boston Dynamics – era sceso in campo, con tanto di telecamera attiva, per monitorare il corretto distanziamento tra le persone. Ovviamente questo cane speciale sa fare molto di più: oltre a ripetere i messaggi vocali, dispone, infatti, di numerosi sensori e videocamere che permettono di inquadrare l’ambiente e fare stime sul numero di persone presenti in un determinato luogo, ma anche di esplorare, come avviene da alcuni giorni nel Parco archeologico di Pompei. Perché a essere inquietante non è la “macchina”, ma l’uso che se ne fa.

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