Conoscere le specie animali “aliene” può prevenire le epidemie 

Alessio Pagani | mercoledì 14 settembre, 2022

Il rischio è ancora sottostimato, lo dice uno studio della Statale di Milano. E un quadro più chiaro sull’origine delle malattie infettive derivanti dalle specie selvatiche è utile per identificare in anticipo possibili minacce.

Conoscere meglio le infezioni che colpiscono le specie animali aliene – trasferite cioè dall’uomo al di fuori del loro habitat naturale – può aiutare a prevenire nuovi focolai epidemici pericolosi per la salute umana e animale. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Science of the Total Environment da un gruppo di ricerca coordinato da Nicola Ferrari, docente al dipartimento di Medicina veterinaria e Scienze animali dell’Università Statale di Milano.

Al centro dell’analisi ci sono scoiattoli grigi, procioni e nutrie: animali ora molto diffusi in Italia pur non avendo origini lontanissime. «Le specie alloctone invasive sono molto note a biologi e agricoltori in quanto sono una minaccia per la conservazione della biodiversità e fonte di ingenti danni economici, ma meno conosciute dagli operatori di sanità pubblica e animale», spiega Ferrari. «Proprio in quanto specie introdotte dall’uomo al di fuori dal proprio areale naturale, però, possono alterare la distribuzione e la trasmissione degli agenti infettivi, portando all’insorgenza o alla re-insorgenza di malattie di rilevanza per la salute umana e animale».

Così analizzando queste tre specie i ricercatori hanno identificato 345 agenti patogeni nel procione, 124 nello scoiattolo grigio e 75 nella nutria. Le analisi hanno però sottolineato che in media solo il 30% dei patogeni che potrebbero ospitare questi mammiferi risulta finora conosciuto. Inoltre, considerando solo quelli rilevanti per la sanità pubblica e animale come la rabbia e la malattia di Lyme, le stime hanno mostrato come le attuali informazioni siano caratterizzate da elevati livelli di incertezza. «Esiste un fortissimo gap conoscitivo e quindi una sottostima del rischio che potrebbe essere collegato a questi animali», conclude Ferrari. «Ecco perché è necessaria una più capillare raccolta dei dati epidemiologici su queste specie». 

(Foto: @ajdomingo1973)

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